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LA CLUBHOUSE

 

La Clubhouse è innanzitutto il tempio del Terzo Tempo, fase della gara che non troverete mai nel taccuino dell'arbitro perché si gioca su tavole e panche da birreria, fra piatti in plastica che passano di mano in mano, tra giocatori di casa ed avversari.

La Clubhouse è il luogo dove lo spirito del rugby ha casa, è uno spazio fisico ma anche mentale, il posto delle pacche sulle spalle e dei bicchieri che si incontrano a lenire le botte prese sul campo di gioco e a ribadire quella fratellanza che unisce sempre chi gioca a rugby: avversari sul campo, amici fuori.

La Clubhouse è un gruppo di volontari che ci mettono del loro per far trovare un posto accogliente ed un pasto caldo agli atleti piccoli e grandi, al termine delle gare e degli allenamenti. E' la passione di persone che ci mettono del loro per offrire agli atleti e a tutti i soci un luogo di incontro sereno e familiare.

 

 

La nostra Clubhouse è aperta al termine degli allenamenti della Prima Squadra maschile, il martedì e il giovedì dalle 20 alle 23. E' inoltre accessibile al termine delle gare disputate in casa dalla Under 18 e della Prima Squadra maschile.

 

COS'E' LA CLUBHOUSE

 

Per molti è solo il bar/ristorante costruito all’interno di un impianto sportivo, per noi rugbisti è qualcosa di più. Rappresenta un luogo di aggregazione, dove il passato vive in fotografie ingiallite, gagliardetti di cento anni e vecchi rugbisti che dispensano racconti e aneddoti, mentre il futuro “passa” e vive nei volti felici dei bambini che, a poco a poco, scoprono il rugby.

Si tratta di un’entità a sé stante, di un piccolo mondo con delle sue regole, dei suoi equilibri e dei suoi personaggi che, giorno dopo giorno, la allietano con aneddoti, esperienze e “massime indissolubili”. Ecco, questo mix di ricordi e speranze è quello che per me ha sempre rappresentato una vera club house. Ho avuto la fortuna di frequentarne molte, ho cambiato spesso squadra, così l’accoglienza appena arrivato era sempre nel club affine al campo da gioco.

Di norma il primo ad accogliermi era il custode, un vecchino minuto e silenzioso che non aveva mai giocato a rugby, ma se messo su un campo da gioco avrebbe potuto dare del filo da torcere ai giocatori più esperti e se seduto in panchina sarebbe stato in grado di guidare una qualsiasi squadra alla vittoria. Questo perché lui il rugby lo viveva in prima persona da almeno 30 anni più di chiunque altro (tutti custodi con cui ho avuto a che fare erano così) e, anche se poco intenzionato a parlare, queste cose si capivano dai suoi sguardi e dalla sua aria “ovalmente” stanca e vissuta.
Una volta superato lo “step custode”, era la volta dell’entrata nella club – house; non ti facevano mai vedere il campo, ma tutti ti presentavano il luogo nel quale si poteva realmente respirare aria di rugby e, soprattutto, osservando il vissuto del club immortalato in foto, gagliardetti e cartelloni, potevi capire realmente la genuinità della squadra nella quale eri “arrivato” a giocare.

All’interno della struttura (casupola, piccolo bar, capannina arredata o semplice container), la maggior parte delle volte, guardando le pareti potevi capire la storia della società, non ci voleva qualcuno pronto a spiegartela, bastava contemplare le gesta immortalate in foto d’annata, oppure perderti nei vecchi cartelloni delle partite più importanti disputate in quello stadio. Le foto lungo le pareti, tuttavia, non rappresentavano i giocatori più famosi, ma nella club house venivano ricordati quelli più fedeli, quelli che avevano dedicato una vita rugbistica intera alla stessa squadra. Questo aspetto mi ha sempre reso molto orgoglioso del mio rugby: perché non importava dove avevi giocato, l’importante era come ti eri comportato dentro e fuori dal campo nel corso tutta la tua carriera. E questo le Club House lo sapevano.

In una “Club House” che si rispetti, tuttavia, non possono mancare gli anziani rugbisti da banco. Di norma sono tre, molto vecchi e tutti ex giocatori di altissimo livello. Questi, normalmente, ti analizzavano: prima un’analisi fisica per capire in che ruolo giocavi, poi una parte tecnica, grazie a qualche mirata e precisa domanda. In tutto questo tu avresti dovuto e voluto parlare, ma loro facevano le domande e si davano le risposte ragion per cui… Non dimentichiamoci, poi, degli eterni infortunati sempre pronti a poltrire su un tavolino del bar, del “figlio di qualcuno” presenza immancabile del club; entita cui tutti offrivano qualcosa, ma nessuno sapeva a chi “appartenesse” e, soprattutto, perché fosse sempre all’interno del campo da rugby (lui non giocava, di quello tutti ne erano certi). Come non citare, inoltre, la “Cesira”, questo il nome che viene dato alle donne delle pulizie, così come la Norma, epica cuoca d’alto livello costretta a cucinare per orde implacabili di rugbisti affamati. Concludiamo con “il baffo”: già, perché tutti i banconieri ovali hanno un fisico mastodontico e un baffo impeccabile, parlano poco, ma quando lo fanno…non sveliamo troppo, tuttavia…

©  Davide Macor